Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 28 settembre 2018, n.5570

Se manca la disposizione normativa che attribuisce espressamente valore di pubblicità legale, la pubblicazione dell'atto sul sito web dell'ente non costituisce presunzione legale di conoscenza. Questo è il principio “rivoluzionario” contenuto nella sentenza in esame sottoposta al Consiglio di Stato. Il Collegio conviene sulla premessa generale secondo la quale l'effetto conoscitivo opponibile erga omnes deve poggiare su una specifica disciplina di legge che attribuisca questo valore alla forma di pubblicità utilizzata. Questa norma è l'articolo 32 della legge 69/2009 secondo cui gli obblighi di pubblicazione di atti e provvedimenti amministrativi aventi effetto di pubblicità legale, s'intendono assolti con la pubblicazione sui siti web istituzionali. Il Collegio mette in evidenza che la giusta lettura della disposizione va operata in combinato con l'articolo 54, comma 4-bis del Codice dell'amministrazione digitale, il quale stabilisce che ogni forma di pubblicazione telematica produce effetti di pubblicità legale nei soli casi e nei modi espressamente previsti dall'ordinamento stesso. 

Corte di Cassazione, sez. II civile, ordinanza 3 settembre 2018, n. 21554

L'art. 844 c.c. impone, nei limiti della normale tollerabilità e dell'eventuale contemperamento delle esigenze della proprietà con quelle della produzione, l'obbligo di sopportazione di quelle inevitabili propagazioni attuate nell'ambito delle norme generali e speciali che ne disciplinano l'esercizio. Viceversa, l'accertamento del superamento della soglia di normale tollerabilità di cui all'art. 844 c.c. comporta, nella liquidazione del danno da immissioni, l'esclusione di qualsiasi criterio di contemperamento di interessi contrastanti e di priorità dell'uso poiché, venendo in considerazione, in tale ipotesi, unicamente l'illiceità del fatto generatore del danno arrecato a terzi, si rientra nello schema dell'azione generale di risarcimento danni ex art. 2043 c.c. e specificamente, per quanto concerne il danno non patrimoniale risarcibile, in quello dell'art. 2059 c.c. In applicazione di questo principio, la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata per avere applicato, ai fini dell'ammontare del risarcimento, pure il criterio della "priorità dell'uso" in un caso in cui le immissioni provenienti da un'officina superavano la soglia di normale tollerabilità.

Corte di Cassazione, sez. II civile, ordinanza n. 21554.2018

 

Consiglio di Stato, sez. V, sentenza 10 ottobre 2018, n.5834

Il Consiglio di Stato, con la sentenza in esame, ha stabilito che il risarcimento del danno da ritardo, relativo ad un interesse legittimo pretensivo, non può prescindere da una valutazione sulla spettanza del bene della vita ed è subordinato anche alla dimostrazione che l'aspirazione al provvedimento sia destinata ad esito favorevole e quindi alla dimostrazione della spettanza definitiva del bene della vita collegato a tale interesse. Non è dunque risarcibile il danno da ritardo nel caso l'esito del procedimento amministrativo in questione non sia destinato ad esito positivo per il richiedente.  Il principio è stato affermato in considerazione del fatto che l'art. 2-bis della Legge n. 241/1990 non abbia elevato a bene della vita, suscettibile di autonoma protezione mediante il risarcimento del danno, l'interesse procedimentale al rispetto dei termini dell'azione amministrativa senza che rilevi la spettanza dell'interesse sostanziale, al cui conseguimento il procedimento stesso è finalizzato.

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