Ricorso per Cassazione: se il ricorso è giuridicamente inconsistente vi è abuso del processo

Corte di Cassazione, sez. VI-3 civile, ordinanza 21 luglio 2020, n. 15445

Sussiste la fattispecie dell’“abuso del processo” allorché, con il ricorso per Cassazione, si agitano ragioni di censura "de plano" valutabili, secondo l'ordinaria diligenza, come giuridicamente inconsistenti, e quindi pretestuose. Nel caso di specie M. S. proponeva opposizione tardiva a un decreto ingiuntivo pronunciato nei propri confronti su richiesta di I., s.p.a., deducendo, in particolare, l'irregolarità della notifica per erronea indicazione dell'indirizzo di residenza, e la causa di forza maggiore derivante da una patologia psichiatrica della moglie convivente. Il Tribunale rigettava l'opposizione osservando, in particolare, che l'indirizzo di residenza era stato male indicato per errore materiale solo nel tagliando di avvenuta ricezione della richiesta di notifica all'Ufficio UNEP e che la patologia dedotta non costituiva prova dell'impossibilità di aver avuto conoscenza dell'ingiunzione e dell'impossibilità di opporla. Avverso questa decisione ricorre per Cassazione M.S.; la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile.

In particolare, i Giudici di legittimità hanno osservato che la sentenza era appellabile, trattandosi di decisione resa in primo grado e non ricorrendo un caso di immediata ricorribilità in Cassazione. La giurisprudenza di legittimità ha già avuto occasione di affermare che la condanna ex art. 96, comma 3, c.p.c., è applicabile d'ufficio in tutti i casi di soccombenza; configura una sanzione di carattere pubblicistico, autonoma e indipendente rispetto alle ipotesi di responsabilità aggravata ex art. 96, primo e secondo comma, c.p.c., e con queste cumulabile, volta alla repressione dell'abuso dello strumento processuale: la sua applicazione, pertanto, non richiede, quale elemento costitutivo della fattispecie, il riscontro dell'elemento soggettivo del dolo o della colpa grave, bensì di una condotta oggettivamente valutabile alla stregua di "abuso del processo", quale l'avere agito o resistito pretestuosamente.

Corte di Cassazione, sez. VI-3 civile, ordinanza 21 luglio 2020, n. 15445

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