Danno da perdita di relazione parentale: il criterio di liquidazione è rimesso alla valutazione del giudice

Corte di Cassazione, sez. III civile, sentenza 26 settembre 2017, n. 22330

A seguito di un incidente stradale che aveva causato la morte di due coniugi, il tribunale, in giudizio civile, condannava al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale da perdita di relazione parentale l’autore dell’illecito, condannato nel procedimento penale per omicidio colposo; la Corte d’Appello accoglieva parzialmente il ricorso dell’assicurazione del danneggiante, ritenendo che il primo giudice avesse liquidato, per il risarcimento, una somma maggiore rispetto a quella richiesta dalla figlia delle vittime, la quale ricorreva in Cassazione contro tale decisione. La Cassazione ha considerato in primo luogo, che la ricorrente, chiedendo un diverso ammontare del risarcimento rispetto alla valutazione tabellare del danno non patrimoniale, rimetteva in ogni caso il criterio di liquidazione di tale danno alla valutazione discrezionale del Giudice di merito; inoltre si tratta di un danno non patrimoniale per il quale deve essere applicato il criterio di liquidazione equitativa ex art. 2056 c.c. che non consente una puntuale determinazione ex ante del quantum risarcibile.

Secondo la Corte di Cassazione nella fattispecie la clausola di salvaguardia della liquidazione del danno nell’eventuale misura maggiore rispetto alla somma indicata nella domanda di citazione trova piena giustificazione nell’incertezza, durante il dibattimento, della determinazione del quantum dovuto per il risarcimento. In merito alla salvaguardia delle clausole nella domanda giudiziale, la Corte “ha individuato un preciso discrimen tra quelle clausole cui deve riconoscersi un significato giuridicamente rilevante ai fini delle determinazione dell’oggetto della lite, in ordine al quale deve essere verificata la corrispondenza del bene attribuito rispetto a quello che la parte aveva chiesto, ed invece quelle clausole inidonee a definire l’oggetto della pretesa, in quanto espressione di una mera formula stilistica e che non intendono incidere sui limiti quantitativi del petitum”.

Corte di Cassazione_ sentenza n. 22330.2017

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