Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza 19 aprile 2017, n. 9861

Con la pronuncia in esame, la Corte di Cassazione è intervenuta in tema di deontologia forense e pubblicità, stabilendo il divieto per l’avvocato di rendere noti, per scopi pubblicitari, i nominativi dei propri clienti, anche con il consenso di questi ultimi. Nella vicenda in esame, due legali avevano impugnato dinanzi al CNF, la decisione con cui, il COA d’appartenenza, aveva irrogato loro la sanzione disciplinare dell'avvertimento, in quanto i ricorrenti, riportando sul proprio sito internet l'elenco dei principali clienti loro assistiti, seppur con il consenso di questi ultimi, avevano commesso la violazione degli artt. 6 e 17 del Codice Deontologico Forense. Il rapporto tra cliente e avvocato non è solo un rapporto privato di carattere libero-professionale e non può essere ricondotto semplicisticamente “ad una logica di mercato”, per cui occorre una maggiore cautela in materia, anche alla luce della stretta connessione tra l'attività libero-professionale dell'avvocato e l'esercizio della giurisdizione.  Tra l’altro, la diffusione dei nominativi dei clienti potrebbe, di conseguenza, riguardare anche l'attività processuale svolta dall’avvocato a loro favore, ed in alcuni casi i processi in corso potrebbero essere soggetti ad indirette interferenze, a causa di tale forma di pubblicità.

Giurisprudenza Italiana, n.5 Maggio 2017, p.1017 (Area riservata)

Il Consiglio dei ministri, riunitosi il 6 settembre scorso, ha approvato il ddl anticorruzione, provvedimento messo a punto dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Tra le misure di contrasto tangenti e ‘favori’, ci sono alcune novità come l’utilizzo di agenti sotto copertura, la procedibilità d’ufficio per appropriazione indebita aggravata, e pene più alte per i colletti bianchi che lucrano sugli appalti, oltre all’arma del Daspo a vita per i corrotti.

Comunicato stampa Consiglio dei Ministri n.18 6 settembre 2018

Disegno di legge - Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione

Tribunale di Arezzo, ordinanza ex art. 702 bis c.p.c del 3 maggio 2018

Il procedimento in oggetto prende le mosse dal rifiuto del visto di ingresso per ricongiungimento familiare, che l’Ambasciata di Nairobi aveva opposto per presunte incoerenze emerse nel corso dell’intervista. Nel corso del procedimento si è dimostrato da un lato l’effettività del legame e del vincolo esistente tra i due coniugi  attraverso presunzioni circostanziate (riferimento al matrimonio emerso nel corso dell’intervista a suo tempo rilasciata dal coniuge in occasione di richiesta di protezione internazionale, versamenti monetari in favore della moglie a mezzo money transfer); dall’altro lato l’inutilizzabilità del verbale dell’intervista, copia del quale è stata prodotta nel corso del procedimento da parte del Ministero, in quanto redatto nella sola lingua italiana su carta non intestata ed in particolare in quanto privo di qualsiasi riferimento sia al funzionario dell’Ambasciata sia all’(eventuale) interprete che avrebbe preso parte all’intervista. Il Giudice ha quindi, non solo, ritenuto dimostrato il legame coniugale, ma valutato come privo di qualsiasi efficacia probatoria il verbale dell’intervista, a motivo dei predetti vizi di forma, da tutto quanto traendo l’illegittimità del provvedimento di rifiuto ed l’obbligo, a carico dell’Ambasciata, al rilascio del visto di ingresso.

Tribunale di Arezzo, ordinanza ex art. 702 bis c.p.c del 3 maggio 2018

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