Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 2 agosto 2017, n. 19270

Con la sentenza in esame la Corte di Cassazione si è pronunciata, sulla risarcibilità dei danni per patologie amianto-correlate, affermando che sussiste la responsabilità del datore di lavoro ogni volta che risulti, in base al principio “del più probabile che non”, che sia stata l’esposizione ad amianto sul luogo di lavoro (e, nel caso specifico, ad altri agenti chimici utilizzati per la lavorazione del vetro) a causare l’insorgenza della malattia, seppur in presenza di altre possibili concause, quali il fumo di sigaretta o pregresse patologie polmonari del dipendente trattate con farmaci sospetti cancerogeni. La sentenza trae origine dai ricorsi di due società succedutesi nel tempo nella titolarità dello stabilimento produttivo presso cui il dipendente, ormai deceduto al momento della sentenza, ha lavorato per oltre 25 anni, entrambe soccombenti nei precedenti gradi di giudizio e condannate al pagamento dei danni agli eredi.

Nel giorno del ventiseiesimo anniversario della strage di via d’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli, la Corte d’Assise di Palermo ha depositato le motivazioni della sentenza del processo sulla Trattativa Stato-mafia, emessa il 20 aprile scorso. Il provvedimento è di oltre cinquemila pagine ed è stato depositato in tempi record: 90 giorni esatti dal verdetto, esattamente il tempo che si erano dati i giudici per stilare le motivazioni nel dispositivo. Il dibattimento è durato quasi cinque anni con più di duecento udienze e il verdetto è stato emesso dopo cinque giorni di camera di consiglio. Per il patto stretto tra pezzi delle istituzioni e Cosa nostra negli anni delle stragi sono stati condannati a vario titolo a pene pesantissime l'ex senatore di Fi Marcello Dell'Utri, gli ex vertici del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, Massimo Ciancimino e i boss Bagarella e Cinà. Assolto l'ex ministro Nicola Mancino.

T.A.R. Toscana, Firenze, sez. III, sentenza 19 luglio 2017, n. 936

L'impugnazione del bando di gara, e delle clausole in esso contenute, anche da parte di un soggetto che si determini a non partecipare alla gara è limitata all'ipotesi in cui il bando contenga norme escludenti, tali da determinare l'impossibilità del soggetto a partecipare alla gara. Negli altri casi, è necessario che il soggetto abbia presentato la domanda di partecipazione alla gara, idonea a far insorgere un effettivo interesse all'annullamento dello stesso bando. In presenza di una clausola non ostativa alla partecipazione, il concorrente non è ancora titolare di un interesse attuale all'impugnazione, poiché non sa se l'astratta e potenziale illegittimità della predetta clausola si risolverà in un esito negativo della sua partecipazione alla procedura concorsuale e, quindi, in un'effettiva lesione della situazione soggettiva che solo da tale esito può derivare. In tali casi, la posizione soggettiva dell'imprese non partecipanti è qualificabile come interesse di fatto alla mera legalità, insufficiente a legittimare il ricorso al giudice amministrativo.

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