TAR Veneto, sez. III, sentenza 8 ottobre 2018, n. 927

Le pubbliche piazze, vie, strade, e altri spazi urbani, la cui esecuzione risalga ad oltre settanta anni, e, pertanto, rientranti nell’ambito dei Centri storici ai sensi del comma 1 e del comma 4, lett. g) dell’articolo 10 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, sono qualificabili come “beni culturali” indipendentemente dall’adozione di una dichiarazione di interesse storico-artistico ai sensi degli articoli 12 e 13 del Codice; di tal che siffatti beni sono da considerarsi ope legis, beni culturali sottoposti a tutela, su cui grava, dunque, una presunzione normativa di interesse culturale, suscettibile di neutralizzazione solo a seguito dello svolgimento del procedimento di verifica del suddetto interesse, demandato alla competente amministrazione, e del suo eventuale esito negativo. L’articolo 12 del citato Codice, determina la verifica dell’interesse culturale, stabilendo che i beni indicati all’articolo 10, comma 1, ad oltre settanta anni, se beni immobili, sono sottoposti alle norme di tutela, fino a quando non sia stata effettuata la verifica della non sussistenza dell’interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico da parte dei competenti organi del Ministero, d’ufficio o su richiesta formulata dai soggetti cui le cose appartengono.

Corte di Cassazione, sez. VI civile, ordinanza 4 febbraio 2019, n. 3205

Gli Ermellini ricordano che, stante la possibilità derivante dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 88/2018 la quale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 l. n. 89/2001 (Legge Pinto) come sostituito dall’art. 55, comma 1, lett. d), d.l. n. 83/2012, convertito, con modificazioni nella l. n. 134/2012 “nella parte in cui non prevede che la domanda di equa riparazione possa essere proposta in pendenza del procedimento proposto”, diviene irrilevante la dimostrazione della irrevocabilità del provvedimento. La Corte d’Appello di Salerno aveva rigettato l’opposizione proposta dal ricorrente avverso il decreto emesso dalla stessa Corte, con il quale era stata respinta la domanda di equa riparazione proposta dal medesimo ricorrente in relazione al pregiudizio sofferto dall’irragionevole durata del procedimento divorzile svolto in altra sede, ritenendo che non “fosse stata fornita la prova della definitività del provvedimento che aveva chiuso il processo presupposto”. In particolare la Corte rilevava che non era stata depositata la documentazione integrativa richiesta, come la certificazione idonea a comprovare il passaggio in giudicato della sentenza che aveva definito il giudizio presupposto.

Consiglio di Stato, sez. IV, sentenza 10 ottobre 2018, n. 5820

I giudici di Palazzo Spada, davanti alla questione della natura pubblica di una traversa, seguono la consolidata giurisprudenza civile ed amministrativa sul tema; essa chiarisce che l’iscrizione di una strada nell’elenco delle vie pubbliche o gravate da uso pubblico riveste funzione puramente dichiarativa della pretesa del comune, ponendo una semplice presunzione di pubblicità dell’uso, superabile con la prova contraria della natura della strada e dell’inesistenza di un diritto di godimento da parte della collettività mediante un’azione negatoria di servitù. Per l’attribuzione del carattere di demanialità comunale ad una via privata è necessario che con la destinazione della strada all’uso pubblico concorra l’intervenuto acquisto, da parte dell’ente locale, della proprietà del suolo relativo (per effetto di un contratto, in conseguenza di un procedimento d’esproprio, per effetto di usucapione o dicatio ad patriam, ecc.). E’ fondamentale inoltre che su di essa sia stata costituita a favore dell’Ente una servitù di uso pubblico e che essa venga destinata, con una manifestazione di volontà espressa o tacita, all’uso pubblico, ossia per soddisfare le esigenze di una collettività di persone qualificate dall’appartenenza ad una comunità territoriale.

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