Corte di cassazione, Sezione I penale, sentenza 27 giugno - 18 ottobre 2016, n. 44182

La Corte di Cassazione, con la sentenza di specie, ha accolto il ricorso proposto da uno straniero contro il provvedimento emesso dal tribunale di Torino che rigettava l’opposizione proposta dallo stesso ricorrente avverso l’ordinanza con la quale il magistrato di sorveglianza di Cuneo aveva decretato la sua espulsione dal territorio dello Stato italiano ai sensi dell’art. 16, d.lgs. 286/1998. Nel suo ricorso l’imputato lamentava che il tribunale di Torino non aveva considerato il fatto che egli vivesse da tempo in Italia con il suo nucleo familiare originario ed in particolare che convivesse more uxorio con una cittadina italiana. I giudici di legittimità, data l’entrata in vigore della legge 76/2016, “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, ritengono di dover superare l’orientamento maggioritario presente in giurisprudenza secondo il quale la semplice convivenza more uxorio non è ostativa alla espulsione ai sensi dell’art. 16, cit. Con la legge sulle unioni civili infatti sono state riconosciute dall’ordinamento statuale e disciplinate positivamente le unioni tra persone dello stesso sesso e, con esse, anche quelle di fatto tra gli eterosessuali. La finalità perseguita dal Legislatore con tale nuova regolamentazione è quella di parificare, pur distinguendo le relative discipline positive e specifiche, la nozione di coniuge con quella di persona unita civilmente, e questo attraverso l’introduzione, a fianco del matrimonio regolamentato dagli artt. 82 e ss. c.c., del c.d. contratto di convivenza. La legge inoltre ha cura di stabilire il principio generale che, ove nelle leggi dello Stato compaia il termine “coniuge” questo deve intendersi riferito anche alla persona civilmente unita ad un’altra con il contratto di convivenza.

La sentenza è stata pubblicata nella rivista "Guida al Diritto", n. 47, Novembre 2016, p. 76. Il saggio che la commenta scritto da Selene Pascasi, dal titolo "Un riconoscimento che ha fatto acquisire lo status di familiare" è pubblicato nella rivista "Guida al Diritto", n. 47, Novembre 2016, p.78. (Area riservata)

L’entrata in vigore della “Legge Europea 2016”, individuata nella Legge n. 122 del 7 luglio 2016, contiene, tra le varie disposizioni, anche quelle relative all’indennizzo in favore delle vittime di reati intenzionali violenti (Capo III – Sez. II -artt. 7-16) in attuazione della direttiva comunitaria 2004/80/CE, il cui articolo 12, paragrafo 2 prevede a carico di tutti gli Stati membri il seguente obbligo: “Tutti gli Stati membri provvedono a che le loro normative nazionali prevedano l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato delle vittime”. Tuttavia, ancor prima dell’entrata in vigore della Legge Europea 2016 si è scatenato un vero e proprio dibattito in dottrina e tra gli operatori del diritto circa la reale efficienza di tale legge.

Corte di Giustizia UE, Grande Sezione, sentenza 11 ottobre 2016, causa C-601/14

Lo scorso 11 ottobre 2016, la Corte di Giustizia dell’Unione europea ha dichiarato l’Italia inadempiente in ordine all’obbligo previsto all’art. 12, par. 2, della direttiva 2004/80/CE del Consiglio, relativa all’indennizzo delle vittime di reato. In particolare, è risultato che l’Italia non ha adottato tutte le misure necessarie al fine di garantire l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di tutti i “reati intenzionali violenti” commessi sul proprio territorio ed indipendentemente dalla cittadinanza delle stesse. La vicenda trae origine da un’originaria lettera di diffida, inviata dalla Commissione all’Italia nel 2011, ove si contestava la mancanza di un generale sistema di indennizzo per le vittime di reati violenti, cui aveva fatto seguito, l’anno successivo, la predisposizione da parte dell’Italia di un progetto di interventi legislativi, tesi alla creazione di un sistema che garantisse detto indennizzo. La Commissione, tuttavia, dato che non era stato indicato un calendario legislativo per l’attuazione del progetto in questione, aveva comunque avviato il procedimento precontenzioso.

Corte di Cassazione, sez. I civile, sentenza 21 giugno - 30 settembre 2016, n.19599

La sentenza in esame ha confermato che è trascrivibile in Italia l’atto di nascita, formato all’estero, dal quale risulti che il minore, generato da una coppia di donne coniugate all’estero tramite il ricorso alla procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, è figlio di due madri. Nella specie, una donna italiana e una spagnola, unitesi in matrimonio in Spagna nel 2009, hanno avuto un bambino a Barcellona: la donna italiana ha messo a disposizione il proprio ovulo, il quale, dopo essere stato fecondato con il seme di un donatore, è stato trasferito nell’utero dell’altra donna, che ha portato a termine la gravidanza. E’ presente, quindi, sia la fecondazione eterologa mediante la donazione di seme da un soggetto esterno alla coppia sia la scissione fra la madre genetica (la donna italiana cui risale l’ovocita fecondato, indicata come madre “B” nel certificato di nascita del minore di cui è stata domandata la trascrizione in Italia) e la madre biologica (la donna spagnola che ha condotto la gestazione, indicata come madre “A” nel certificato di nascita). Le donne hanno chiesto congiuntamente la trascrizione dell’atto di nascita in Italia, ma l’ufficiale dello stato civile di Torino ha opposto un rifiuto per ragioni di ordine pubblico.

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