Corte di Cassazione, sezione III civile, sentenza 3 ottobre 2016, n. 19663

La Corte di Cassazione ha affermato con tale sentenza che nel caso in cui l'atto di appello sia stato posto in essere dal difensore sulla base della procura rilasciatagli in primo grado, ancorché non estesa al grado di appello, si verifica una situazione di nullità della procura che, qualora l'appellante produca una procura estesa a quel grado all'udienza ai sensi dell'art. 350, secondo comma, c.p.c., risulta spontaneamente sanata in modo rituale dall'appellante, tenuto conto di quanto prevede l'art. 182, secondo comma, c.p.c. nel testo introdotto dall'art. 46 della L. n. 69/2009. Ne consegue l'erroneità della declaratoria, da parte del giudice di appello, dell'inammissibilità dell'appello per difetto di procura.

La sentenza è stata pubblicata nella rivista "Guida al diritto", n 49-50, Dicembre 2016, p.58 (Area riservata)

Il decreto 28 ottobre 2016 del Ministero della Giustizia ha approvato i modelli interministeriali necessari per la richiesta di pagamento alla P.A.  Il nuovo art. 5- sexies della L. n. 89/2001 (inserito dall'art. 1, comma 777, della Legge 28/12/2015, n. 208, c.d. Legge di stabilità per il 2016), con decorrenza dal 1° gennaio 2016 ha, infatti, previsto a carico del ricorrente vittorioso un procedimento necessario per ottenere il pagamento dell'indennizzo. La nuova norma impone al creditore di rilasciare una dichiarazione di autocertificazione e sostitutiva di notorietà, a mezzo dei summenzionati modelli, attestante la non avvenuta riscossione di quanto dovuto. Si tratta di una condizione necessaria per ottenere il pagamento da parte dell'Amministrazione debitrice, poiché la legge prevede che l'incompletezza ovvero l'irregolarità della documentazione richiesta precluda all'Amministrazione l'emissione dell'ordine di pagamento. Dall'invio dei modelli inizia a decorrere un termine di sei mesi entro il quale l'Amministrazione debitrice può effettuare il pagamento e prima del quale il creditore non può procedere all'esecuzione forzata, alla notifica dell'atto di precetto o alla proposizione di un ricorso per l'ottemperanza del provvedimento liquidatorio. I modelli di dichiarazione, approvati dal decreto, si distinguono per le persone fisiche, per quelle giuridiche, per l'avvocato antistatario autorizzato dal cliente a incassare direttamente e per gli eredi; questi, andranno inviati al Ministero competente per il pagamento allegando la documentazione prevista, oltre al documento d'identità e al codice fiscale. Le operazioni di pagamento delle somme dovute si effettueranno mediante accreditamento sui conti correnti o di pagamento di creditori. Eventualmente, saranno ammissibili pagamenti per cassa o per vaglia cambiario non trasferibile solo se di importo non superiore a 1.000 euro.

Il decreto e il saggio che lo commenta scritta da Eugenio Sacchettini, dal titolo "Pagamenti previsti entro sei mesi dall'invio dell'istanza" sono pubblicati nella rivista "Guida al diritto", n 49-50, Dicembre 2016, p.30 e 41. (Area riservata)

Il 29 ottobre 2016 il Parlamento ha approvato la legge recante “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”, considerata fondamentale per arginare il fenomeno del caporalato e lo sfruttamento lavorativo subito soprattutto dai lavoratori migranti nelle campagne italiane. Il caporalato, inteso come intermediazione illecita tra lavoratore e datore di lavoro, era in realtà una pratica già conosciuta nel mercato del lavoro italiano; tuttavia lo sfruttamento dello stato di bisogno dei lavoratori ha continuato a caratterizzare l’organizzazione del lavoro soprattutto bracciantile, nonostante gli interventi legislativi approvati per arginare il fenomeno. Con la finalità di adeguare le fattispecie del codice penale al fenomeno del caporalato, il d.l. 138/2011 aveva introdotto nuove disposizioni (artt. 603-bis e 603-ter c.p.) che mirano a punire il delitto di “intermediazione illecita con sfruttamento del lavoro”. Le disposizioni sanzionano “chiunque svolga un’attività organizzata di intermediazione, reclutando manodopera o organizzandone l’attività lavorativa, caratterizzata da sfruttamento, mediante violenza, minaccia o intimidazione, approfittando dello stato di bisogno o di necessità dei lavoratori” (art. 603-bis c.p.).

La pubblicazione di avvisi con i quali enti pubblici, soprattutto Comuni, indicono gare per l’affidamento di incarichi difensivi agli avvocati è sempre più frequente. Di solito a un certo numero di professionisti iscritti in questo elenco viene richiesto di formulare un preventivo dell’onorario per la singola causa. L’ente poi assegna l’incarico al miglior prezzo. La diffusione di questa impostazione, secondo la quale il singolo mandato o la specifica consulenza non sono attività sembrano riconducibili al concetto di servizio, contrastano in chi vede in esso invece la prestazione di opera intellettuale, caratterizzate dal rapporto tra difensore e cliente. Sembra anomalo dunque che si mantenga come criterio di aggiudicazione preferenziale quello del minor prezzo, quando la recente riforma degli appalti pubblici individua come criterio di aggiudicazione preferenziale e obbligatorio in alcuni settori in cui prevale l’esigenza di qualità (come per i servizi sociali e di ristorazione ospedaliera, assistenziale e scolastica), quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa basata sul miglior rapporto qualità/prezzo. L'assegnazione al miglior prezzo, e quindi la ricerca del massimo ribasso, sembra essere un rischio per la stessa amministrazione che dovrebbe puntare alla qualità, competenza e affidabilità di un professionista.

ll tema è trattato nel saggio scritto da Umberto Fantigrossi, dal titolo " 'Pa e mandati difensivi, il 'vicolo cieco' del ricorso alla gara", pubblicato nella rivista "Guida al diritto", n.48, Novembre 2016, p.6 (Area riservata)

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