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INVENTIO invenire quod dicas, DISPOSITIO inventa disponere,

ELOCUTIO ornare verbis, MEMORIA memoriae mandare, ACTIO agere et pronuntiare.

(Cicero, M.T. De inventione, 82 A.C.)

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Consiglio di Stato, sez. VI, sentenza 11 aprile 2017, n. 1692

L’art. 24, comma 4, della L.n. 241/1990 stabilisce che “L’accesso ai documenti amministrativi non può essere negato ove sia sufficiente fare ricorso al potere di differimento.”. La formula normativa impiegata al riguardo non risulta lasciar dubbi sul fatto che un differimento dell’accesso ai documenti pretesi dal privato né sottintende ovvero può mascherare un atteggiamento perplesso ed incerto dell’Amministrazione né, ancor più, può valere come “promessa” ovvero “prenotazione” di accesso da espletare tuttavia in un tempo diverso e successivo rispetto a quello coincidente con la ricezione della relativa domanda formulata dal privato. Sono invero proprio le parole utilizzate dalla legge (segnatamente, “non può essere negato ove sia sufficiente”) a dover far propendere per una lettura della norma nel senso che il differimento dell’accesso altro non è che un rimedio ad un diniego che altrimenti sarebbe certo ove la domanda di accesso fosse senz’altro delibata dall’Amministrazione nel momento preciso in cui essa le perviene dal privato.

Giurisprudenza Italiana, n. 5, Maggio 2017, p. 1034 (Area riservata)

Consiglio di Stato, sez. IV, ordinanza 19 aprile 2017, n. 1830

Con ordinanza in esame la quarta sezione del Consiglio di Stato ha rimesso all'Adunanza Plenaria la decisione questione relativa all'interrogativo se l’annullamento di un provvedimento amministrativo illegittimo intervenuto a considerevole distanza di tempo dal provvedimento annullato debba o meno essere motivato a prescindere dal fatto che il comportamento dei privati possa aver determinato o reso possibile il provvedimento illegittimo. La questione sottoposta all'esame del Consiglio di Stato ha per oggetto il provvedimento di autotutela assunto dall'Amministrazione comunale nei confronti di una concessione edilizia in sanatoria rilasciata sulla scorta di una errata prospettazione dello stato dei luoghi da parte dei proprietari, con conseguente situazione di illegittimità permanente, rispetto alla quale l’interesse pubblico attuale al ripristino della legalità violata risultava in re ipsa. 

Giurisprudenza Italiana, n. 5, Maggio 2017, p.1032 (Area riservata)

Corte di Cassazione, Sezioni Unite, sentenza 19 aprile 2017, n. 9861

Con la pronuncia in esame, la Corte di Cassazione è intervenuta in tema di deontologia forense e pubblicità, stabilendo il divieto per l’avvocato di rendere noti, per scopi pubblicitari, i nominativi dei propri clienti, anche con il consenso di questi ultimi. Nella vicenda in esame, due legali avevano impugnato dinanzi al CNF, la decisione con cui, il COA d’appartenenza, aveva irrogato loro la sanzione disciplinare dell'avvertimento, in quanto i ricorrenti, riportando sul proprio sito internet l'elenco dei principali clienti loro assistiti, seppur con il consenso di questi ultimi, avevano commesso la violazione degli artt. 6 e 17 del Codice Deontologico Forense. Il rapporto tra cliente e avvocato non è solo un rapporto privato di carattere libero-professionale e non può essere ricondotto semplicisticamente “ad una logica di mercato”, per cui occorre una maggiore cautela in materia, anche alla luce della stretta connessione tra l'attività libero-professionale dell'avvocato e l'esercizio della giurisdizione.  Tra l’altro, la diffusione dei nominativi dei clienti potrebbe, di conseguenza, riguardare anche l'attività processuale svolta dall’avvocato a loro favore, ed in alcuni casi i processi in corso potrebbero essere soggetti ad indirette interferenze, a causa di tale forma di pubblicità.

Giurisprudenza Italiana, n.5 Maggio 2017, p.1017 (Area riservata)

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