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Annullato il seminario formativo "Le convivenze di fatto" in programma il 6 luglio prossimo

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Il seminario sul tema "Le convivenze di fatto", organizzato dalla Biblioteca giuridica "Fedro" dello Studio legale Giuliano e dall'Ordine degli avvocati di Siracusa, in programma il prossimo 6 luglio, è stato annullato e rinviato a data da destinarsi per l'infortunio accaduto ad un relatore.

 

Niente incarico per il legale che offre prezzi «stracciati»

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 Tar Lombardia sentenza n. 902/2017

Anche l'offerta del legale, in relazione a una gara per la rappresentanza legale della stazione appaltante, deve ritenersi soggetta ai classici controlli di competenza del responsabile unico del procedimento circa la sua adeguatezza e sostenibilità. L'offerente è comunque tenuto a fornire una esaustiva motivazione sull'importo richiesto a pena di inaccettabilità dell'offerta da parte della stazione appaltante.

pdfsentenza_Tar_Lombardia_n.9022017_.pdf

a cura della Dott.ssa Paola Giarratana

 

La diffida del cittadino non sempre «obbliga» la Pa ad adempiere

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Consiglio di Stato - sentenza n. 2099/2017

Il Consiglio di Stato con la sentenza 2099/2017, ha affrontato l'interessante questione del corretto comportamento che la pubblica amministrazione deve adottare in caso di diffida ad adempiere da parte di un cittadino; i giudici amministrativi hanno ritenuto che la scelta del silenzio che la pubblica amministrazione ha adottato nei confronti della richiesta di commissariamento di un ente, da parte di un cittadino, è privo di conseguenze.

 

pdfsentenza_Consiglio_di_Stato_n._20992017_.pdf

a cura della Dott.ssa Paola Giarratana

Danno erariale al sindaco per l’affidamento diretto di incarichi legali

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Corte dei Conti - sezione giurisdizionale per il Lazio - sentenza n. 124/2017

Secondo i magistrati contabili l'affidamento in via diretta, da parte del sindaco, del patrocinio legale ad avvocati del libero foro, in presenza all'interno dell'ente di una propria avvocatura civica, costituisce colpa grave tale da generare danno erariale. Una possibile ed eccezionale scelta di avvocati all'esterno, resta, in ogni caso, attribuita in via esclusiva alla competenza dell'organo gestionale (avvocatura) e non all'organo politico che, avendo proceduto con un illegittimo affidamento fiduciario, ne subisce le sorti in fatto di responsabilità erariale trattandosi di spesa inutilmente sostenuta dall'ente. In altri termini, i citati incarichi effettuati dal sindaco, rientrando in una scelta di gestione attiva, ne radicano le conseguenze e le relative responsabilità.

pdfSentenza_Corte_dei_Conti_Lazio_n._1242017_.pdf

a cura della Dott.ssa Paola Giarratana

Lo Studio legale Giuliano e l'Ordine degli avvocati organizzano seminario sulle convivenze di fatto

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La Biblioteca giuridica “Fedro” dello Studio legale Giuliano e l’Ordine degli avvocati di Siracusa promuovono un seminario formativo sulle convivenze di fatto disciplinate dalla legge 76/2016. Relatori del seminario saranno il Cesare Massimo Bianca, Professore emerito di Diritto civile, Università La Sapienza di Roma, Mirzia Bianca, Professore ordinario di Istituzioni di Diritto privato, Università La Sapienza di Roma, Salvatore Patti, Professore ordinario di diritto privato, Università La Sapienza di Roma.  L’evento si terrà giovedì 6 luglio 2017, dalle ore 17,00 alle ore 20,00, presso la Sala convegni del Libero Consorzio Comunale di Siracusa, in via Brenta, 41, a Siracusa. Il Libero Consorzio Comunale di Siracusa ha dato il patrocinio all'iniziativa. Il seminario è stato possibile anche grazie al sostegno dell'Hotel Gutkowsky.

La partecipazione darà diritto all’attribuzione di crediti formativi agli iscritti all’Ordine degli avvocati di Siracusa.

LOCANDINA SEMINARIO 6 LUGLIO 2017

 

 

 Approfondimenti:

 

Sentenze

pdfCorte_Costituzionale_sentenza_213-2016.pdf

pdfCassazione_Civile_24_maggio_2017_n___13120.pdf

pdfCassazione_civile_sez._III_27_aprile_2017_n__10377_.pdf

pdfCorte_di_Cassazione_sez._VI_Penale_sentenza_n._25498_depositata_il_22_maggio_2017.pdf

pdfCorte_di_Cassazione_Sezione_6_penale_Sentenza_19_gennaio_2017_n__2666_.pdf

pdfTribunale_di_Milano_sez._IX_civ._ordinanza_23_gennaio_2017.pdf

 

Saggi e articoli

pdfA._Fusaro_-_I_contratti_di_convivenza_dopo_la_Cirinnà.pdf

pdfA.Scalera_-_Convivenza_di_fatto__Domanda_di_alimenti_al_convivente.pdf

pdfB._De_Filippis_M.Pisapia_-_Mantenimento_per_il_coniuge_e_per_i_figli_nella_separazione_e_nel_divorzio._CEDAM_2017.pdf

pdfBalestra_-_Unioni_civili_convivenze_di_fatto_e_modello_matrimoniale_prime_riflessioni.pdf

pdfF.Spezia_-_Cessazione_della_convivenza_di_fatto_e_corresponsione_degli_alimenti_al_convivente_in_stato_di_bisogno._Brevi_note.pd

pdfG.Oberto_-_La_Convivenza_di_fatto._I_Rapporti_patrimoniali_ed_il_contratto_di_convivenza.pdf

pdfAlimenti_anche_allex_convivente_-_Parere_Aif_e_senatrice_Cirinnà.pdf

pdfConvivenze_di_fatto_la_dichiarazione_anagrafica_non_ha_valore_costitutivo_-_News_ilCaso_it.pdf

pdfLassegno_divorzile_cessa_con_la_convivenza_more-uxorio_-__Redazione_Wolters_Kluwer.pdf

 

Circolari ministeriali e Inps

pdfMinistero_interno_-_Circolare_convivenze_di_fatto_06-02-2017.pdf

pdfCircolare_INPS_n._38_-2017.pdf

pdfCircolare_INPS_n._84-2017.pdf

Inchiesta de L'Espresso su presunta compravendita di sentenze nella giustizia amministrativa

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Rapporti ambigui tra giudici ed avvocati. L'ombra della corruzione su alcune cause milionarie. L'inchiesta pubblicata sul numero de L'Espresso del 12 maggio 2017 si concentra su una presunta compravendita di sentenze nella giustizia amministrativa. Gli autori dell'inchiesta sono Emiliano Fittipaldi e Nello Trocchia.

"Corruzione in atti giudiziari": trema il Consiglio di Stato, L'Espresso, 12 maggio 2017

Al supermarket delle sentenze: ecco l'inchiesta che fa tremare il Consiglio di Stato, L'Espresso, 12 maggio 2017

Siracusanews.it, 15 maggio 2017

Le alternative alla detenzione : criticità e nuove prospettive sui procedimenti di sorveglianza

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Le misure alternative alla detenzione consentono al soggetto che ha subito una condanna definitiva di scontare, in tutto o in parte, la pena detentiva fuori dal carcere. Le misure alternative presuppongono una condanna (e quindi una pena) definitiva, come cristallizzata nel cd. "ordine di esecuzione" per la carcerazione emessa dall'accusa. Con le misure alternative si cerca di facilitare il reinserimento del condannato nella società civile sottraendolo all'ambiente carcerario e sono regolate dagli artt. 47-52 della legge 354/1975 sull’ordinamento penitenziario.

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Disapplicazione di norme nazionali contrarie a principi generali ed effetti delle direttive EU

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Corte di Giustizia U.E., Grande Sezione, 19 Aprile 2016, causa C‑441/14

Nella sentenza elativa alla causa Dansk Industri (DI), la Grande sezione della Corte di giustizia ha ribadito l’idoneità del principio generale di non discriminazione in base all’età a spiegare effetti diretti orizzontali (ossia, in relazione a controversie tra privati).La Corte ha precisato che, almeno nel caso di specie, le esigenze relative alla certezza del diritto e alla tutela del legittimo affidamento non possono essere invocate come limiti al dispiegarsi dell’effetto diretto orizzontale e, in particolare, alla disapplicazione della norma nazionale in contrasto con il principio generale di discriminazione. Nella sentenza la Corte ha fornito inoltre delle indicazioni piuttosto dettagliate sul modo in cui il giudice nazionale deve adempiere all’obbligo di assicurare la tutela dei diritti conferiti ai singoli dal diritto dell’Unione, laddove questi ultimi traggono origine da una direttiva che dà concreta espressione a un principio generale e la controversia riguarda dei soggetti privati. La pronuncia consente di svolgere alcune riflessioni sul rapporto tra il principio generale di non discriminazione in base all’età e l’omologo divieto contenuto nell’art. 21, par. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione. La pronuncia della Grande sezione ha avuto origine dal rinvio pregiudiziale proposto dallo Højesteret, la Corte suprema danese, il quale chiedeva chiarimenti sia sul rapporto tra la direttiva 2000/78/CE (che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, in GU 2000 L 303, p. 12 ss.) e il principio generale di non discriminazione in base all’età, sia sugli effetti di quest’ultimo. In particolare, il giudice del rinvio mirava a stabilire se, in caso di applicabilità del suddetto principio generale al caso di specie, che riguardava una controversia tra privati, egli avrebbe dovuto disapplicare la normativa nazionale contrastante con il medesimo principio, ovvero garantire solo il risarcimento del danno, tenendo conto che anche le esigenze della certezza del diritto e del legittimo affidamento integrano dei principi generali del diritto dell’Unione. La Corte di giustizia ha ricordato che il principio generale di non discriminazione in base all’età non trae origine dalla direttiva 2000/78/CE, la quale, viceversa, dà espressione concreta al principio, “che trova la sua fonte (…) in vari strumenti internazionali e nelle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, [ed] è ora sancito all’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea esso” (par. 22). Rimanendo sulla questione dell’ambito di applicazione, la Corte ha poi ricordato che, “affinché il principio generale della non discriminazione in ragione dell’età si applichi a una situazione come quella di cui trattasi nel procedimento principale, è necessario pure che tale situazione rientri nell’ambito del divieto delle discriminazioni stabilito dalla direttiva 2000/78” (par. 24). 

Il commento della sentenza è pubblicato nella rivista "Giurisprudenza Italiana", n.6, Giugno 2016, p.1318. (Area riservata)

Irregolarità della cauzione provvisoria sub specie di polizza fideiussoria e il soccorso istruttorio

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Consiglio di Stato, Sezione IV, 5 Maggio 2016, sentenza n. 1803

Con tale sentenza il Consiglio di Stato ha stabilito che è causa di esclusione dalla gara, ai sensi dell’art. 75 del d.lgs. n. 163/2006, la prestazione di una cauzione provvisoria mediante una polizza fideiussoria rilasciata da una società finanziaria iscritta unicamente nell’elenco generale di cui all’art. 106 del vecchio Testo Unico Bancario per l’esercizio dell’attività di concessione di finanziamenti nei confronti del pubblico ma non nella forma tecnica del rilascio di fideiussioni, attività per la quale non è mai stata abilitata ai sensi del D.M. n. 29/2009 e del provvedimento della Banca di Italia del 14/5/2009. Invero, ai sensi dell’art. 75 del d.lgs. n. 163/2006, comporta esclusione dalla gara il caso di cauzione prestata da intermediari non iscritti o cancellati dall’albo di cui all’articolo 106 del d.lgs. n. 385/1993, o che non svolgono in via esclusiva o prevalente attività di rilascio di garanzie. La regolarizzazione “a pagamento” prevista dall’art. 38, comma 2 bis, del d.lgs. n. 163/2006, nel caso di mancanza, incompletezza e ogni altra irregolarità essenziale degli elementi e delle dichiarazioni sostitutive di cui al comma 2, è il frutto della revisione legislativa dell’istituto del soccorso istruttorio ad opera dell’art. 39 del d.l. n. 90/2014 che, inserendo il citato comma 2 bis, all’art. 38 del richiamato d.lgs. n. 163/2006, introduce la possibilità per il concorrente, dietro richiesta della Stazione appaltante, di sanare l’incompletezza e ogni altra regolarità essenziale della propria documentazione, previo pagamento di una sanzione pecuniaria.Il termine di dieci giorni per la regolarizzazione “a pagamento” prevista dall’art. 38, comma 2 bis, del d.lgs. n. 163/2006 deve essere considerato perentorio, in quanto ogni dilazione ulteriore rispetto a quella consentita dalla legge contrasterebbe con la necessità di un celere svolgimento della procedura di affidamento, che sarebbe irrimediabilmente soggetta all’inerzia dei concorrenti. Una diversa conclusione, inoltre, determinerebbe la violazione della par condicio dei concorrenti, andando a premiare il comportamento di chi negligentemente abbia omesso di allegare la documentazione richiesta, anche a seguito di soccorso istruttorio, a scapito di quegli operatori, che, invece, hanno presentato una documentazione ab origine completa e regolare o che si sono immediatamente conformati alle richieste della Stazione appaltante.

Il commento della sentenza è pubblicato nella rivista "Giurisprudenza Italiana", n.6, Giugno 2016, p.1313. (Area riservata)

 

Appalti per lavori pubblici : solidarietà del committente o altri strumenti di tutela?

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Cassazione Civile, Sez. Lav., 24 maggio 2016, sentenza n. 10731

Spesso i lavoratori incontrano difficoltà nel recuperare la retribuzione non corrisposta. Per agevolare il raggiungimento di tale obiettivo il legislatore ha introdotto uno speciale regime di solidarietà tra il committente, il datore di lavoro ed eventuali subappaltatori. Questi soggetti sono tutti coobbligati nei confronti dei lavoratori che non hanno ricevuto l’adeguato trattamento economico. Ne caso di specie, un Consorzio, che aveva stipulato un contratto di appalto con Trenitalia s.p.a. avente ad oggetto la pulizia del materiale e delle attrezzature industriali, non aveva correttamente retribuito un lavoratore, il quale, in forza dell’art. 29 del D.Lgs. n. 276/2003, agiva direttamente contro la committente, Trenitalia s.p.a., per ottenere il pagamento di differenze retributive, trattamento di fine rapporto ed altri emolumenti.In primo grado le ragioni del lavoratore venivano riconosciute. Tuttavia, in appello Trenitalia s.p.a. aveva la meglio, ritenendo, il giudice, che il principio di solidarietà, di cui al decreto 276/2003, non potesse essere applicato agli appalti pubblici. La fattispecie solleva il problema della compatibilità tra la disciplina in materia di occupazione e tutela dei lavoratori (d.lgs. 276/2003), e la disciplina dei contratti pubblici (d.lgs. 163/2006). Nessuna incompatibilità è ravvisabile tra le due discipline,secondo la Corte. Il d.lg. 276/2003 regola la materia dell'occupazione e del mercato del lavoro, sul piano della tutela delle condizioni dei lavoratori, con riserva di una più forte protezione ad essi, titolari di un'azione diretta nei confronti (in via solidale con il proprio datore di lavoro) del committente per ottenere i trattamenti retributivi e i contributi previdenziali dovuti in dipendenza dell'appalto e non soltanto, come a norma dell'art. 5, primo comma d.p.r. 207/2010, le retribuzioni arretrate (peraltro nei limiti delle somme dovute all'esecutore del contratto ovvero al subappaltatore inadempiente nel caso in cui sia previsto il pagamento diretto, con detrazione da queste del loro importo): e ciò non per riconoscimento di un proprio diritto, ma per esercizio di una facoltà ("possono pagare anche in corso d'opera") attribuita ai soggetti indicati dall'art. 3, primo comma, lett. b) d.p.r. cit. ("amministrazioni aggiudicatrici, organismi di diritto pubblico, enti aggiudicatori, altri soggetti aggiudicatori, soggetti aggiudicatori e stazioni appaltanti: i soggetti indicati rispettivamente dall'art. 3, commi 25, 26, 29, 31, 32 e 33, del codice"). Il d.lg. 163/2006 opera, invece, sul diverso piano della disciplina degli appalti pubblici, anche apprestando una tutela ai lavoratori, nei limiti detti, in corso d'opera, ma con più intensa concentrazione sull'esecuzione dell’appalto in conformità a tutti gli obblighi previsti dalla legge: e ciò mediante un costante monitoraggio dell'osservanza del loro regolare adempimento a cura dell'appaltatore e dei suoi subappaltatori, per effetto di una disciplina sintomatica di una più preoccupata attenzione legislativa alla corretta esecuzione dell'appalto pubblico, siccome non riguardante soltanto diritti dei lavoratori, ma anche l'appaltatore inadempiente nel suo rapporto con il committente pubblico (come osservato anche da Cass. 7 luglio 2014, n. 15432). Con tale sentenza, dunque, la Cassazione ha ritenuto insussistente il divieto di applicazione del regime di solidarietà di cui all’art. 29 (d.Lgs. 276/2003) nei confronti dei soggetti privati (quali Trenitalia s.p.a.), anche laddove fossero committenti in appalti pubblici.

Il commento della sentenza è pubblicato nella rivista "Giurisprudenza Italiana", n.6, Giugno 2016, p.1296. (Area riservata)

La norma lombarda anti-moschea : la sentenza della Corte Costituzionale

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Corte Costituzionale, 24 Marzo 2016, sentenza n.63

La Corte si è pronunciata sul ricorso promosso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri contro la legge della Regione Lombardia n. 2/2015, recante «Modifiche alla legge regionale 11 marzo 2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio) – Principi per la pianificazione delle attrezzature per servizi religiosi» e ha dichiarato incostituzionale la normativa della Regione Lombardia che pone condizioni e limiti alla realizzazione di luoghi di culto per confessioni religiose che non abbiano stipulato l’intesa con lo Stato (fra queste la confessione musulmana). La Consulta ha ricordato che l’ordinamento repubblicano è contraddistinto dal principio di laicità, inteso non come indifferenza di fronte all’esperienza religiosa ma come “salvaguardia della libertà di religione in regime di pluralismo confessionale e culturale”. Il libero esercizio del culto è un aspetto essenziale della libertà di religione, ed è riconosciuto ugualmente a tutti e a tutte le confessioni religiose a prescindere dalla stipulazione di un’intesa con lo Stato. L’apertura dei luoghi di culto ricade sotto la tutela dell’art. 19 Cost. e non può essere condizionata alla previa stipula dell’intesa ai sensi degli artt. 7 e 8, terzo comma, Cost.; intesa che invece è necessaria “solo se e in quanto a determinati atti di culto vogliano riconnettersi particolari effetti civili”. La legge lombarda, riguardo alla realizzazione di edifici di culto e attrezzature destinate a servizi religiosi, distingue tre soggetti destinatari: gli enti della Chiesa cattolica, gli enti delle altre confessioni religiose firmatarie dell’intesa con lo Stato e gli enti collegati a confessioni senza intesa. Per questi ultimi le norme censurate prescrivono due requisiti, la cui valutazione è rimessa ad una consulta di nomina regionale: che la confessione abbia una presenza diffusa, organizzata e consistente sul territorio e un significativo insediamento nel comune interessato e che il relativo statuto esprima finalità istituzionali di natura religiosa e rispetti i valori e principi costituzionali. Pur avendo ad oggetto la disciplina urbanistica rientrante nella competenza regionale concorrente la legge lombarda in materia di edilizia di culto introduce disposizioni che limitano la libertà di religione, imponendo requisiti differenziati e più stringenti per le sole confessioni senza intesa. Da qui l’illegittimità delle norme in questione per violazione del diritto di libertà religiosa ai sensi degli artt. 8, primo comma, e 19 Cost. Altre due disposizioni, infine, sono state ritenute illegittime dalla Corte Costituzionale:  la norma che prevede che, nel corso del procedimento di elaborazione del piano delle attrezzature religiose, vengano acquisiti i pareri di organizzazioni, comitati di cittadini, esponenti e rappresentanti delle forze dell’ordine, oltre alla questura e alla prefettura, al fine di valutare «possibili profili di sicurezza pubblica» e quella che prescrive, nel piano delle attrezzature religiose, la previsione che per ogni edificio di culto sia realizzato «un impianto di videosorveglianza esterno all’edificio, con onere a carico dei richiedenti, che ne monitori ogni punto di ingresso, collegato con gli uffici della polizia locale o forze dell’ordine». La legge lombarda, nel prescrivere l’acquisizione di pareri in tema di sicurezza pubblica e l’installazione di impianti di videosorveglianza, persegue evidenti finalità di ordine pubblico e sicurezza; ma questa materia, concludono i giudici costituzionali, è affidata alla competenza legislativa esclusiva dello Stato (artt. 117, secondo comma, lettera h, e 118, terzo comma, Cost.).

Il saggio che commenta la sentenza scritto da Giuseppe Tucci, dal titolo "La Corte Costituzionale e le leggi regionali anti-moschee", è pubblicato nella rivista "Giurisprudenza Italiana", n.5, Maggio 2016, p. 1070. (Area riservata)

Il danno tanatologico per malattia professionale e la trasmissibilità iure hereditatis

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Tribunale di Genova, 15 Febbraio 2016, sentenza n.122

Il danno tanatologico è il danno conseguente alla sofferenza patita dal defunto prima di morire a causa delle lesioni fisiche derivanti da un’azione illecita compiuta da terzi e ,seppur rientri nella categoria del danno di natura “non patrimoniale” ex art. 2059 c.c.,  rappresenta una fattispecie ulteriore rispetto a quelle già previste di danno morale, esistenziale e biologico. In tale panorama è di fondamentale importanza la sentenza n. 1361/2014 con cui la Corte di Cassazione, per la prima volta, ha riconosciuto il diritto al risarcimento del danno da morte della vittima trasmissibile iure hereditatis agli eredi, ai quali spetterà la liquidazione dei danni. La sentenza in rassegna ha stabilito che, posto che il risarcimento dei danni non patrimoniali sofferti in vita dal lavoratore vittima di un atto illecito e consolidatisi in capo a quest'ultimo, è senz'altro trasmissibile mortis causa agli eredi, si ritiene che anche il risarcimento del danno c.d. tanatologico calcolato secondo le prassi liquidatorie correnti (sistema tabellare) , con riferimento all'inabilità temporanea assoluta ma personalizzato attraverso l'applicazione di un ulteriore coefficente moltiplicatore equitativo, debba considerarsi soggetto allo stesso regime di trasmissibilità iure hereditatis in quanto la perdita del bene della vita, è risarcibile oggettivamente ex sé, trattandosi di un diritto assoluto ed inviolabile (art.2 e 32 Cost.).

La sentenza e il saggio che la commenta scritto da Massimo Viceconte dal titolo "La risarcibilità iure hereditatis del c.d. danno tanatologico" sono pubblicati nella rivista "Giurisprudenza Italiana", n.4, Aprile 2016, p. 935 e ss. (Area riservata)

Preavviso di DURC negativo e regolarizzazione della posizione previdenziale in corso di gara

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Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria, 29 febbraio 2016, sentenza n.5

Anche dopo l’entrata in vigore dell’art. 31, comma 8, del decreto legge 21 giugno 2013 n. 69, (Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia), convertito con modificazioni dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, non sono consentite regolarizzazioni postume della posizione previdenziale, dovendo l’impresa deve essere in regola con l'assolvimento degli obblighi previdenziali ed assistenziali fin dalla presentazione dell'offerta e conservare tale stato per tutta la durata della procedura di aggiudicazione e del rapporto con la stazione appaltante, restando dunque irrilevante, un eventuale adempimento tardivo dell'obbligazione contributiva. L’istituto dell’invito alla regolarizzazione (il c.d. preavviso di DURC negativo), già previsto dall’art. 7, comma 3, del decreto ministeriale 24 ottobre 2007 e ora recepito a livello legislativo dall’art. 31, comma 8, del decreto legge 21 giugno 2013 n. 69, può operare solo nei rapporti tra impresa ed Ente previdenziale, ossia con riferimento al DURC chiesto dall’impresa e non anche al DURC richiesto dalla stazione appaltante per la verifica della veridicità dell’autodichiarazione resa ai sensi dell’art. 38, comma 1, lettera i) ai fini della partecipazione alla gara d’appalto. Il termine di validità del DURC non può, quindi, essere strumentalmente utilizzato per legittimare la partecipazione alla gara di imprese che al momento della presentazione della domanda non siano comunque più in regola con gli obblighi contributivi. Né può invocarsi la lesione dell'affidamento riposto sulle risultanze del precedente DURC, atteso che in base al principio di autoresponsabilità (in forza del quale ciascuno risponde degli errori commessi) non si può pretendere di superare l'inadempimento storicamente verificatosi in nome dell'apparenza ingenerata dal precedente rilascio di un documento unico di regolarità contributiva che va a "fotografare" una situazione di regolarità non più attuale al momento della partecipazione alla gara”. Nel caso di specie correttamente la stazione appaltante, in sede di verifica postuma dei requisiti autocertificati effettuata ai sensi dell’art. 48 d. lgs. n. 163 del 2006, ha disposto l’esclusione dalla gara dell’appellante, tenuto conto che era risultata priva del requisito della regolarità contributiva.

Il commento della sentenza è pubblicato nella rivista "Giurisprudenza Italiana", n.4, Aprile 2016, p.808. (Area riservata)

Il danno da iscrizione della notizia di reato ex art. 355 c.p.p.

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Cassazione Penale, sez. VI, 8 Febbraio 2016, sentenza n. 4973

Ai sensi dell’art. 335 c.p.p., il pubblico ministero iscrive la notizia di reato sull’apposito registro, nonché il nominativo del soggetto cui l’illecito è ricondotto. La suddetta iscrizione, pertanto, costituisce di per sè un danno per il soggetto coinvolto, dal momento che ne determina la sottoposizione ad un’indagine penale, ledendone l’immagine, soprattutto ove si tratti di un pubblico ufficiale. E' stato dunque respinto l'assunto proposto dalla difesa circa l'insussistenza di un danno ingiusto per inadeguatezza del foglio di prescrizioni e della segnalazione di reato alla Procura della Repubblica a instaurare automaticamente il procedimento penale, essendo ciò rimesso alle determinazioni del pubblico ministero.

Il commento della sentenza, a cura di Antonella Marandola, è pubblicato nella rivista "Giurisprudenza Italiana", n.3, Marzo 2016, p.723. (Area riservata)

Negoziazione assistita obbligatoria per il legale in giudizio senza ministero di altro difensore

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Tribunale, Verona, sez. III civile, 30 Ottobre 2015, ordinanza n. 6688

Nel caso di specie un avvocato agiva in giudizio per ottenerne il pagamento di circa 8.000 Euro a titolo di compenso per una serie di attività di assistenza difensiva prestate in favore del cliente per un processo penale per appropriazione indebita; una causa per il recupero di somme dovute al convenuto a titolo di provvigioni e un giudizio penale nel quale l’assistito era stato imputato, in qualità legale rappresentante di una Società. Due sono gli ambiti di analisi su cui si concentra l’ordinanza in commento: la possibilità o meno di qualificare l’assistito come consumatore e la possibilità o meno di ricondurre la controversia alla categoria di quelle per le quali le parti possono stare in giudizio personalmente. Con riferimento alla prestazione resa dall’avvocato nel giudizio penale nel quale l’assistito era stato imputato, in qualità legale rappresentante di una Società, il Giudice osserva che lo stesso non può qualificarsi come consumatore. Da ciò consegue che, per la domanda svolta dall’avvocato non trova applicazione la clausola di esclusione della disciplina della negoziazione c.d. obbligatoria di cui all’ultimo periodo dell’art. 3 comma 1, d.l. 132/2014, per il quale tale obbligo non sussiste con riferimento alle controversie concernenti obbligazioni contrattuali derivanti da contratti conclusi tra professionisti e consumatori. La controversia in questione, poi, non è nemmeno riconducibile alla categoria di quelle per le quali le parti possono stare in giudizio personalmente. Da ciò consegue che non può applicarsi l’art. 3, comma 7, d.l. 132/2014, secondo cui la disciplina della negoziazione c.d. obbligatoria non trova applicazione quando, appunto, la parte può stare in giudizio personalmente. Tale ultima previsione deve ritenersi limitata alle cause di cui all’art. 82 comma 1, c.p.c.e alle cause di cui all’art. 14 d.lgs. 150/2011.

Il commento della sentenza, a cura di Francesca Tizi, è pubblicato nella rivista "Giurisprudenza Italiana", n.2, Febbraio 2016, p.367. (Area riservata)

Individuazione del responsabile negli abusi edilizi effettuata dal Comune : quando è illegittima?

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Consiglio di Stato, Sez. VI, 11 Gennaio 2016, sentenza n.46

La sentenza ha stabilito se sia o meno legittimo l'operato di un Comune che, pur avendo accertato la commissione di abusi edilizi in un immobile ad uso commerciale condotto in locazione, abbia sanzionato anche il conduttore senza aver previamente accertato in modo adeguato che le condotte abusive fossero effettivamente imputabili a lui. Nel caso di specie ra il novembre e il dicembre del 2011 un funzionario del comune di Termoli effettuando due sopralluoghi ha contestato al conduttore alcuni interventi abusivi, quali il cambio di destinazione d'uso (da locale commerciale a locale per lo svolgimento di attività di formazione professionale), l'abbattimento di un muro divisorio e la creazione di due bagni. Il comune ha ordinato la distruzione delle opere abusive e la rimessione in pristino dell'immobile. Tale sentenza ha chiarito che qualora venga accertata la realizzazione di abusi edilizi in un immobile condotto in locazione, il Comune non può presumere che l'abuso sia stato commesso dal conduttore sic et sempliciter ma è necessaria una istruttoria specifica in tal senso.

Il commento della sentenza è pubblicato nella rivista "Giurisprudenza Italiana", n.2, Febbraio 2016, p.299. (Area riservata)

 

Il cattivo funzionamento dei sistemi informatici : la responsabilità della Pubblica Amministrazione

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Il T.A.R. di Trento, con la sentenza n.149 del 15 aprile 2015, ha stabilito che una P.A. è responsabile del funzionamento informatico di una sua piattaforma e che le risposte informatiche della stessa costituiscono provvedimenti amministrativi, anche impliciti e che nel caso in cui uno strumento informatico utilizzato dalla P.A. determini delle situazioni "anomale", la responsabilità cade in capo non solo a chi ne ha predisposto il funzionamento senza considerare tali eventuali conseguenze, ma anche in capo al dipendente che, tempestivamente informato, ha omesso di svolgere tutte quelle attività idonee a soddisfare le legittime pretese dell'istante. Nel caso trattato dal T.A.R. di Trento, il ricorrente chiedeva l'annullamento del provvedimento implicito pronunciato online attraverso la piattaforma informatica del Ministero della Salute, con cui non era stata ammessa la partecipazione dell'interessato stesso a un concorso (relativo, nello specifico, all'assegnazione delle farmacie disponibili nelle Provincia Autonoma di Trento), annullando le credenziali di accesso e i dati inseriti nella stessa piattaforma informatica. Come ribadito nella sentenza, ormai le tecnologie informatiche costituiscono, anche per la Pubblica Amministrazione, uno strumento imprescindibile che trova un'attenta disciplina nel Dlgs. 7 marzo 2005, n. 82 e nelle relative norme attuative, al fine di raggiungere crescenti obiettivi di efficienza ed efficacia dell'azione amministrativa. Nel caso di specie la domanda del ricorrente non era stata respinta per violazioni formali della procedura (ad esempio a causa di compilazione errata dei moduli o inserimento di codici scorretti) e per tale motivo, dunque, il responsabile del procedimento avrebbe dovuto accertare se il rifiuto del sistema era stato legittimo o meno, in base alla normativa concorsuale applicabile. Come si legge nella sentenza, "il rifiuto della piattaforma informatica è invero imputabile alla Provincia di Trento, la quale era dunque tenuta a valutarne la legittimità, procedendo eventualmente in autotutela". Se, infatti, avesse riconosciuto che "il programma informatico contrastava con la disciplina legale, sarebbe stato doveroso intervenire sulla procedura per includere la domanda dell'istante". I Giudici del T.A.R. inoltre hanno correttamente osservato che, in analogia con il caso di specie, non si sarebbe potuto ritenere responsabile di non aver rispettato le incombenze formali il candidato, la cui domanda cartacea fosse stata respinta da un impiegato che avesse illegittimamente ritenuto di non poterla accettare: ciò in quanto le modalità informatiche altro non sono che il nuovo modello relazionale tra PA e cittadini, e che in quanto tale deve in ogni caso essere improntato ai consueti principi di legalità, imparzialità e ragionevolezza nei procedimenti amministrativi.

Il tema è ampiamente trattato nel saggio scritto da Benedetta Barmann, dal titolo "La responsabilità della P.A. per il cattivo funzionamento dei sistemi informatici",  pubblicato nel "Giornale di Diritto Amministrativo", n.3, Maggio 2016, p.393. (Area riservata)

Misure di urgenza e interventi di sistema per i beni culturali

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La legge di stabilità del 2016 ha determinato una significativa inversione di tendenza rispetto al passato, portanto il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MIBACT) a superare la soglia di € 2 miliardi. Le principali iniziative per il rilancio del settore della cultura riguardano soprattutto il profilo finanziario e organizzativo dell'amministrazione del patrimonio culturale; tutto ciò accade mentre è in atto un grande processo di riorganizzazione del Ministero. E' necessario dunque valutare l'impatto che la legge Madia può rivestire su tale processo riformatore.

Il tema è ampiamente trattato nel saggio scritto da Cinzia Carmosino, dal titolo "I beni culturali : misure di urgenza e interventi di sistema",  pubblicato nel "Giornale di Diritto Amministrativo", n.2, Marzo 2016, p.207. (Area riservata)

La vigilanza sui contratti pubblici da parte dell'ANAC

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Il decreto legge n. 90/2014 convertito in legge n. 114/2014, sopprimendo l’Autorità per la Vigilanza sui Contratti Pubblici di Lavori, Servizi e Forniture (AVCP) e trasferendo le competenze in materia di vigilanza dei contratti pubblici all’Autorità Nazionale Anticorruzione, ha ridisegnato la missione istituzionale dell’ANAC. Questa può essere individuata nella prevenzione della corruzione nell’ambito delle amministrazioni pubbliche, nelle società partecipate e controllate anche mediante l’attuazione della trasparenza in tutti gli aspetti gestionali, nonché mediante l’attività di vigilanza nell’ambito dei contratti pubblici, degli incarichi e comunque in ogni settore della pubblica amministrazione che potenzialmente possa sviluppare fenomeni corruttivi, evitando nel contempo di aggravare i procedimenti con ricadute negative sui cittadini e sulle imprese, orientando i comportamenti e le attività degli impiegati pubblici, con interventi in sede consultiva e di regolazione. La chiave dell’attività della nuova ANAC è quella di vigilare per prevenire la corruzione creando una rete di collaborazione nell’ambito delle amministrazioni pubbliche e al contempo aumentare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse, riducendo i controlli formali, che comportano tra l’altro appesantimenti procedurali e di fatto aumentano i costi della pubblica amministrazione senza creare valore per i cittadini e per le imprese.

Il tema è ampiamente trattato nel saggio scritto da Raffaele Cantone e Caterina Bova, dal titolo "L'ANAC alle prese con la vigilanza sui contratti pubblici, un ponte verso il nuovo Codice degli appalti?",  pubblicato nel "Giornale di Diritto Amministrativo", n.2, Marzo 2016, p.166. (Area riservata)

 

L'amministrazione digitale : la giurisprudenza più recente

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L'esercizio dell'attività amministrativa con l'ausilio delle tecnologie digitali, comunemente definito e-government, è tema che suscita particolare attenzione da parte della giurisprudenza amministrativa. La progressiva "digitalizzazione" del procedimento amministrativo e l'utilizzo da parte delle pubbliche amministrazioni di strumenti digitali finalizzati a ridurre i tempi procedimentali, abbattere i costi di gestione e favorire la comunicazione coi cittadini, hanno posto nuove questioni da affrontare per i tribunali amministrativi regionali e per il Consiglio di Stato, (ad esempio la tutela della riservatezza, la validità della firma elettronica e l'accesso alle informazioni contenute su supporto digitale). Ciò impone al giudice amministrativo la ricerca di soluzioni flessibili che si adattino ai cambiamenti in corso nell'attività della pubblica amministrazione.

La giurisprudenza più recente relativa all'esercizio dell'attività amministrativa con l'ausilio delle tecnologie digitali è stata segnalata nel saggio scritto da Gianluca Sgueo, dal titolo "L'amministrazione digitale",  pubblicato nel "Giornale di Diritto Amministrativo", n.1, Gennaio 2016, p.114. (Area riservata)

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