Regolamento comunale per disciplinare la movida notturna

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Il TAR LOMBARDIA - BRESCIA, SEZ. II, con sentenza  n. 1425 del 3 novembre 2015- Pres. Farina, Est. Gambato Spisani - Marika Wine Bar di Mileo Maria ed altri (Avv. Bezzi) c. Comune di Bergamo (Avv.ti Gritti e Mangili) - si è espresso sulla legittimità o meno del regolamento di un Comune che ha tra l’altro previsto per bar e ristoranti un orario di apertura dalle 6 del mattino alla mezzanotte e mezzo senza differenziare fra i giorni della settimana ed ha imposto ai gestori l’adozione di misure idonee a contenere eventuali fenomeni di degrado e di disturbo alla quiete pubblica.

Un soggetto autorizzato a svolgere una certa attività, in concreto avente alcune caratteristiche (nella specie si trattava di un bar), ben può impugnare l’atto amministrativo generale che regoli, senza necessità di un atto applicativo, la medesima attività sotto qualsiasi suo profilo di svolgimento anche se al momento della proposizione del ricorso non sussiste una immediata incidenza nella sua sfera patrimoniale (alla stregua del principio nella specie il T.A.R. ha ritenuto superfluo indagare se i provvedimenti impugnati - che disciplinavano l’attività di esercizi pubblici - avessero comportato in concreto una diminuzione del fatturato).

E’ legittima la disposizione contenuta in un regolamento comunale (nella specie si trattava del “Regolamento per la convivenza tra le funzioni residenziali e le attività degli esercizi commerciali e artigianali alimentari, dei pubblici esercizi di somministrazione di alimenti e bevande e di svago nel territorio cittadino” adottato dal Consiglio comunale di Bergamo), la quale, riproducendo il disposto dell’art. 50, comma 7, prima parte, del TUEL approvato con D.L.vo 18 agosto 2000 n. 267, prevede che: “Il Sindaco, altresì, coordina e riorganizza, sulla base degli indirizzi espressi dal consiglio comunale e nell'àmbito dei criteri eventualmente indicati dalla Regione, gli orari degli esercizi commerciali, dei pubblici esercizi e dei servizi pubblici…”. Tale norma è conforme non solo alla Costituzione nazionale ma anche al Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea- TFUE, come risulta ad esempio dall’art. 119 che, pur elevando a principio dell’ordinamento europeo la concorrenza di mercato, precisa anche che ciò non è ammesso senza limiti.

Il principio di proporzionalità e adeguatezza dell’azione amministrativa, comporta un’indagine “trifasica”. In primo luogo, si deve verificare la “idoneità” del provvedimento, ovvero il “ rapporto tra il mezzo adoperato e l'obiettivo perseguito; in virtù di tale parametro l'esercizio del potere è legittimo solo se la soluzione adottata consenta di raggiungere l'obiettivo”. In secondo luogo, si deve verificare la sua “necessarietà”, ovvero l’assenza di qualsiasi altro mezzo idoneo ma tale da incidere in misura minore sulla sfera del singolo; in virtù di tale parametro la scelta tra tutti i mezzi astrattamente idonei deve cadere su quella che comporti il minor sacrificio”. Infine, si deve verificare la “adeguatezza”, cioè la tollerabilità della restrizione che comporta per il privato; in virtù di tale parametro l'esercizio del potere, pur idoneo e necessario, è legittimo solo se rispecchia una ponderazione armonizzata e bilanciata degli interessi, in caso contrario la scelta va rimessa in discussione.

E’ legittima una disposizione regolamentare che conferisce al Sindaco il potere di imporre agli esercizi commerciali l’orario di apertura dalle 6 del mattino alla mezzanotte e mezzo senza differenziare fra i giorni della settimana, là dove, per esercizi di somministrazione di alimenti e bevande, sarebbe maggiormente gradita la possibilità di un orario protratto nei giorni festivi e prefestivi. Tale disposizione, infatti, può essere applicata, in base al regolamento stesso, per ragioni di “sicurezza urbana”, fra le quali, anche secondo il senso comune, c’è sicuramente l’esigenza di garantire il riposo delle persone, e quindi, in ultima analisi, la loro salute fisica e psichica. In tali casi, il sacrificio imposto ai gestori appare in linea di principio adeguato e proporzionato agli interessi generali che si vogliono tutelare e sono comunque prevalenti su quelli d'impresa o su quelli degli avventori.

In base al principio generale del nostro ordinamento, previsto dall’art. 23 Cost., secondo cui nessuna

prestazione personale possa essere imposta, se non per legge, sono illegittime le previsioni generali

contenute in un regolamento comunale, per cui i gestori di locali destinati alla somministrazione di alimenti e bevande dovrebbero adottare “misure idonee a contenere eventuali fenomeni di degrado e di disturbo alla quiete pubblica”, di contenuto indeterminato, assicurare la pulizia dei rifiuti derivanti “da eventuali comportamenti generanti degrado ambientale posti in essere dagli avventori o frequentatori dei locali” quanto a “tutti gli spazi ed i luoghi contigui o vicini agli esercizi e alle eventuali aree in concessione”,spazi di cui oltretutto nemmeno si specifica la dimensione, e adottare “ogni utile accorgimento”, quindi ampiamente inteso, per mitigare il rumore ed il disturbo (4).

Agli atti regolamentari non si applicano né le norme sulla partecipazione di cui all’art. 7 né quelle sulla motivazione di cui all’art. 3 della l. 241/1990; inoltre, l’istruttoria di un atto regolamentare potrà cagionarne, secondo logica, la legittimità solo se riveli un esercizio del relativo potere discrezionale illogico, abnorme o fondato su un errato apprezzamento della realtà, tutte fattispecie nel caso non ravvisabili.

E’ legittimo un atto regolamentare con il quale un Comune, dopo aver consultato i soggetti interessati ed in particolare una associazione di categoria, nell’esercizio del proprio potere di indirizzo amministrativo, ha ritenuto di disattendere le indicazioni dell’associazione stessa. Infatti, un regolamento adottato dal Comune non è illegittimo sol perché non recepisce determinati contenuti segnalati come graditi da questo o quel soggetto interessato.

E’ legittimo un regolamento comunale in materia di disciplina degli orari degli esercizi commerciali ove sia mancata l’audizione della Commissione comunale prevista da ultimo dall’art. 78 della l. reg. Lombardia 2 febbraio 2010 n. 6, con funzione di rendere parere obbligatorio sulla “programmazione dell’attività dei pubblici esercizi” Lo stesso concetto di programmazione in materia è infatti venuto meno in forza delle sopravvenute norme di legge statale, da ultimo con il d.l. 6 dicembre 2012 n. 201, e si è realizzato un caso di abrogazione per incompatibilità di tale disposizione regionale ai sensi dell’art. 11 delle preleggi.

 

(Articolo in formato PDF consultabile in Area Riservata)

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